“Ho studiato per dare la migliore assistenza sanitaria, non per vedere sei pazienti in una camera, con un solo bagno, senza le tende”

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«Quando ti ritrovi a fare un lavoro altamente specialistico, in uno dei più importanti policlinici d’Italia, ma è come se ti trovassi su un campo di battaglia, c’è qualcosa di insopportabile. È come se ti dessero una Ferrari e ti chiedessero di vincere il Gran Premio di Formula Uno, ma tu salendo in macchina ti accorgessi di avere il serbatoio pieno solo per metà. Ci puoi provare lo stesso a vincere, ma sai già che non ce la farai. Eppure tutti si aspettano che tagli il traguardo per primo». Nelle parole di Manuel Tufoni, 37 anni, già medico internista del Sant’Orsola e oggi medico di medicina generale (ancora in formazione) e guardia medica, ci sono tutti i perché di una sconfitta.

Non la sua, che si è laureato a Bologna nel 2012 con grandi sacrifici e aveva coronato il sogno di lavorare al Sant’Orsola prima di cedere allo stress di una situazione che definisce «non di cura ma di sofferenza». Ma la resa di un sistema sanitario, uno dei migliori del mondo, che non riesce più a far quadrare i conti e vede scappare i giovani professionisti come Tufoni a migliaia. «Sono 11 mila i medici che sono andati all’estero o nel privato negli ultimi 3 anni – ha detto Luigi Bagnoli, presidente dell’Ordine dei medici – gli infermieri che sono usciti dal sistema sanitario sono 18 mila. A Bologna professori universitari di prima fascia stanno andando in pensione prima del tempo e non si era mai visto. È un sentimento diffuso, c’è tanta sofferenza per la sanità».

Nonostante i numeri presentati da Nino Cartabellotta della Fondazione Gimbe siano assolutamente eloquenti, nonostante gli studi presentati da Federico Toth dell’Università di Bologna spieghino bene che il «Servizio Sanitario Nazionale è a un bivio», con tutti i dati a corredo, sono le parole di Tufoni a rimanere più impresse.

«Mi stavo sbriciolando come individuo – continua Manuel Tufoni – Eravamo di meno in reparto, sempre di meno. Poche risorse, pochi lavoratori. Finora il sistema ha retto, in un qualche modo, solo perché ci siamo spremuti noi. Ma le persone non ce la fanno più – ha detto – Tutte quelle che se ne stanno andando lasceranno un buco, di lavoro e patrimonio di formazione, per tante generazioni che verranno». Non vorrebbe che la sua scelta venisse etichettata come dettata dalla ricerca di migliori condizioni di vita, di ritmi più umani, perché dal suo punto di vista non è affatto così.

“Sei pazienti in una camera con un solo bagno”

«Io credo nella sanità pubblica, sono rimasto nel pubblico – spiega – diventerò medico di medicina generale dopo la formazione, faccio dei turni di guardia medica. Non sono andato a Dubai. Però le cose così non funzionano. Manca una prospettiva. Se il lunedì arrivi al lavoro e ti dicono che venerdì ci sarà una riunione per i troppi accessi dal Pronto Soccorso e settimana dopo settimana la situazione rimane sempre quella, non vedi più un senso in quello che fai. Noi abbiamo studiato per dare la migliore assistenza sanitaria a livello nazionale, non per vedere sei pazienti in una camera, con un solo bagno, senza le tende. Questo è il punto, non altro, i politici non lo colgono. Io lavoravo in un reparto al top, era come se fossi un ingegnere della Nasa che lascia il posto. Mi dispiace tantissimo, ma non ci perdo solo io».

Il problema è di tutti i pazienti, dei medici e anche dei politici, ieri rappresentanti dei principali partiti hanno partecipato al convegno. Ma rimane l’amarezza di un giovane medico, tra i più bravi del suo corso, che parla per tutti.



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