Novi Ligure, morto a 13 anni: il mistero dei 20 minuti in casa in attesa del papà

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NOVI LIGURE. «Vado un attimo a far benzina e poi passo a prenderti, fatti trovare fuori casa». Così avrebbe detto il padre al figlio Luigi il giorno della tragedia di Novi, prima di tornare e scoprire il ragazzo di 13 anni sul pavimento in gravissime condizioni.

«Gigi», descritto da tutti come un ragazzino modello, stava per andare a lezione di solfeggio, ma qualcosa nell’arco di una ventina di minuti è accaduto ed è su quel breve lasso di tempo che stanno indagando i carabinieri. In prima battuta era stata categoricamente esclusa l’ipotesi della partecipazione del giovane a una «challenge», cioè a uno degli aberranti giochi mentali diffusi via internet, in cui soprattutto i minori vengono indotti a prove coraggiose di autolesionismo. «Non ci sono altre persone coinvolte» avevano rimarcato i militari dell’Arma. Anche la procura di Alessandria era stata «tranchant».

Ma adesso si indaga a tutto campo, senza tralasciare quell’opzione. In realtà non c’erano telefoni cellulari (quello di Luigi era in riparazione) e computer nella stanza della tragedia, quindi è stato appurato che lo studente e sportivo novese non fosse collegato «in diretta» per una sfida. Tuttavia, potrebbe anche aver voluto sperimentare in privato un gioco «adrenalinico» per poi riprovarci nella challenge.

Anche per questo, gli inquirenti hanno già ascoltato diverse persone, fra corpo insegnanti del Boccardo, allenatori e dirigenti della Novese, il club di calcio in cui il giovane militava: il «sentito dire» potrebbe trasformarsi in qualcosa di concreto e portare pure all’audizione di minorenni fra compagni di scuola e di squadra del ragazzo, oppure rafforzare l’ipotesi iniziale di un gesto anti-conservativo.

«Siamo stati dai carabinieri – conferma Monica Canepa, del settore giovanile della società biancoceleste –. Personalmente non ho mai notato stranezze di comportamento in Gigi. A differenza di molti compagni, anche durante i campi estivi usava pochissimo il telefonino ed era molto attento e responsabile nel muoversi e nell’agire».

Che cosa avrebbe dunque indotto quel ragazzo ad avvolgere il proprio collo in una sciarpa fino a rimanerne soffocato? Per ora è una domanda senza risposta, restano il dolore di una famiglia e di un’intera città. g. fo.



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