Tumore alla prostata, come si vive dopo? I problemi e le soluzioni- Corriere.it

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Un uomo su otto in Italia farà i conti con una diagnosi di tumore alla prostata, il tipo di cancro più frequente fra i maschi e i cui casi nel nostro Paese sono ai aumento da anni. Come si vive dopo la diagnosi? Bene secondo molti interessati, persino benissimo per circa un paziente su cinque. Pesano, però, molto più di quanto sia stato rilevato finora, gli effetti collaterali delle cure: prima di tutto la disfunzione erettile, seguita dall’incontinenza, dai disturbi ormonali, da ansia e depressione e dai dolori (presenti negli stadi più avanzati, dovuti soprattutto alle metastasi ossee). Ecco perché, ogni volta possibile, bisognerebbe proporre agli uomini un programma di sorveglianza attiva, che prevede solamente controlli e dunque non comporta conseguenze sulla sessualità e la funzione urinaria, prima di iniziare le cure. A ribadirlo sono i risultati di EUPROMS (Europa Uomo Patient Report Outcome Study), l’indagine promossa da Europa Uomo, condotta in 32 Paesi, coinvolgendo 5.500 pazienti, in media settantenni. 

Casi in crescita prima dei 50 anni

«Emerge per la prima volta un racconto collettivo degli uomini che hanno ricevuto una diagnosi di tumore prostatico e che rispecchia in maniera fedele il loro vissuto dopo i trattamenti – racconta Maria Laura De Cristofaro, presidente Europa Uomo Italia -. Dalla survey, poi, arrivano tre messaggi chiave: primo, l’importanza della diagnosi precoce, tanto più cruciale dal momento che il tumore della prostata non dà segni di sé in fase iniziale; secondo, la necessità di potenziare percorsi diagnostico-terapeutici definiti attraverso la realizzazione delle Prostate Unit al cui interno opera un team multidisciplinare, il solo che può garantire qualità delle cure, evitare trattamenti inadeguati e assicurare una migliore qualità della vita, oltre al supporto psicologico; terzo, la sorveglianza attiva (piano sistematico di controlli a intervalli definiti per il tumore della prostata a basso rischio) è l’approccio che preserva al meglio la qualità di vita dei pazienti».Quello alla prostata è il tumore più frequente nel sesso maschile e i nuovi casi registrati nel 2022 in Italia sono stati circa 40.500. Grazie a diagnosi precoci e terapie sempre più efficaci, oggi oltre il 90% dei pazienti riesce a guarire o a convivere anche per decenni con la malattia.  «La sua incidenza aumenta con l’avanzare dell’età, ma è un errore considerare questa neoplasia come “malattia dell’anziano”, perché colpisce anche in età produttiva – ricorda De Cristofaro -. Il numero di giovani uomini che, prima dei 50 anni, si vedono diagnosticare un carcinoma prostatico è in crescita da anni». 

Non ignorate questi sintomi

«Pur non esistendo sintomi caratteristici del carcinoma della prostata all’esordio, non bisogna ignorare la comparsa di vari problemi urinari – spiega Bernardo Maria Rocco, presidente Comitato Scientifico Europa Uomo-, quali: difficoltà a iniziare la minzione, flusso urinario debole, necessità di “spingere” durante la minzione, incompleto svuotamento della vescica, elevata frequenza delle minzioni, urgenza di svuotare la vescica e presenza di minzioni notturne. Sono sintomi che si accompagnano all’ipertrofia prostatica benigna, molto comune nei maschi dopo i 50 anni e che quindi non devono allarmare, ma che non devono essere sottovalutati e ignorati. Basta parlarne con il medico di famiglia che valuterà se è necessaria la visita con lo specialista urologo facendola precedere da eventuali esami. Questa semplice attenzione potrà essere la prevenzione migliore del carcinoma prostatico consentendo una diagnosi precoce e tempestiva».Poi c’è il test del  Psa, un normale prelievo di sangue (che misura l’antigene prostatico specifico), che ha vantaggi e limiti perché valori elevati non significano obbligatoriamente tumore indicano piuttosto che qualcosa non va a livello prostatico: può trattarsi infatti di un’infiammazione (prostatite) o di aumento del volume della ghiandola (ipertrofia), ma possono essere chiamati in causa anche fattori fisiologici come un rapporto sessuale precedente al prelievo.

Le cure e la sorveglianza

Qual è il trattamento più efficace? «Le possibili scelte terapeutiche di cui oggi disponiamo (ovvero chirurgia, radioterapia e brachiterapia) si sono dimostrate in grado di offrire risultati molto buoni in termini sia di guarigione sia di lungo-sopravvivenza — risponde  Giuseppe Procopio, direttore del Programma Prostata e Oncologia Medica Genito-Urinaria alla Fondazione IRCSS Istituto Nazionale Tumori di Milano—. Sono opzioni valide e sovrapponibili soprattutto per quelle forme di tumore che sappiamo a rischio di progressione basso e intermedio (ovvero, in pratica, con poche probabilità di evolvere e dare metastasi), che sono la maggioranza. Mentre per le forme ad alto rischio vengono in genere proposti trattamenti “multimodali”, che combinano cioè fra loro diverse terapie. A parità di efficacia per i risultati che si ottengono contro la malattia, la scelta va dunque fatta prendendo in considerazione i possibili effetti collaterali, le preferenze e le aspettative del diretto interessato. Sono gli uomini che, soppesando pro e contro di ogni opzione, devono stabilire cosa è meglio per la loro qualità di vita». E poi c’è la sorveglianza attiva, introdotta nella pratica clinica da ormai 20 anni, ma ancora poco proposta agli interessati: «È una strategia riservata solo a determinate tipologie di malati – chiarisce Procopio -, quelli con un carcinoma di piccole dimensioni e non aggressivo. Oggi si stima che circa il 40% dei casi diagnosticati ogni anno in Italia appartenga a una categoria di rischio basso o molto basso di progressione, che possono essere tenuti soltanto sotto controllo (in sorveglianza, appunto) e non necessitano di cure immediate. Posticipando eventuali trattamenti al momento in cui la malattia cambia atteggiamento, se lo cambia. Rimandando così, per anni o per tutta la vita, insieme alle terapie anche i loro possibili effetti collaterali».

Effetti collaterali

Il sondaggio EUPROMS sulla qualità di vita ha evidenziato un impatto degli effetti collaterali delle cure molto più impattante di quanto rilevato con indagini condotte in ambito clinico. «Più del 50% dei partecipanti ha ricevuto la diagnosi prima dei 65 anni d’età – sottolinea Cosimo Pieri, Segretario Generale di Europa Uomo Italia -. Oltre la metà degli interpellati dichiara problemi di disfunzione sessuale e, nello specifico, il 60% degli uomini operati e più del 47% di chi ha fatto radioterapia. Questo è il problema più sentito dai pazienti.  Anche sul fronte incontinenza si registrano problemi post chirurgia e radiazioni».Sia per i disturbi urinari che per quelli sessuali  sono disponibili diverse soluzioni, «ma vengono sfruttate solo dal 30% dei pazienti perché non proposte in maniera adeguata – prosegue Pieri -. Il 42% dei partecipanti soffre poi di ansia o depressione e il supporto psicologico raramente viene offerto nei nostri ospedali». Anche l’oromonoterapia, prescritta per una neoplasia in stadio avanzato con l’intento di bloccare la crescita della malattia, può dare effetti indesiderati: «La cura è ben tollerata, ma può dare stanchezza cronica, osteoporosi, disturbi dell’umore, difficoltà di concentrazione e memoria, ginecomastia, vampate, effetti negativi sul desiderio sessuale -dice Masasimo Di Maio, direttore dell’Oncologia Medica 1U alla Città della Salute e della Scienza di Torino e Segretario Generale dell’Aiom (Associazione Italiana Oncologia Medica) -. Sono tante le strategie che si possono mettere in atto per tenere sotto controllo o ridurre queste reazioni avverse. Il primo passo è quello di non sottovalutare la tossicità e i disturbi riferiti dal paziente. Informare i malati, poi, li aiuterà a gestire meglio la situazione e a chiedere aiuto in caso di disturbi».

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