Ragioni materiali e immateriali per bocciare il 2023 di Meloni

admin
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Poteva andare peggio, dice il direttore di questo giornale facendo un primo bilancio di questo 2023. Ma da qui a ritenere che sia andata bene manca un bel tratto di strada. Certo, la premier tiene la barra dritta in politica estera, sembra avere fatto pace con l’Europa, i soldi del Pnrr arrivano puntuali, Giorgietti tiene sotto controllo la spesa, i dati  sull’occupazione non sono poi così male. E abbiamo pure fatto l’accordo sul Patto dì stabilità. Non è poco. Quindi tutto bene? Per niente. Per qualche fattore materiale e un paio di immateriali, che pesano forse anche più dei primi. Nel dibattito pubblico e nelle scelte del governo manca l’urgenza e forse la comprensione dello stato di crisi strisciante in cui si trova questo paese e non da ora. Un solo dato che li riassume tutti: salari che non crescono da anni e anni e che fanno dei lavoratori italiani quasi i peggio pagati d’Europa.  L’Italia si è impoverita e non fosse stato per i fondi europei e la Bce sarebbe stata più volte sull’orlo della bancarotta. Le cause? Fatti che questo giornale conosce molto bene e su cui picchia ogni giorno. L’ultima volta con l’intervista all’ambasciatore Benassi il 21 dicembre. Fatti che hanno nomi precisi. Mancata crescita, produttività che non migliora, spesa pubblica in continuo aumento, rischio finanziamento  debito pubblico sempre presente, costo degli interessi anch’essi  sempre in aumento verso e oltre i 100 miliardi, tutti soldi sottratti agli investimenti e alla spesa sociale. Questi i fatti, pesanti come macigni, che impiombano l’economia italiana.

Poteva andare peggio, dice il direttore di questo giornale facendo un primo bilancio di questo 2023. Ma da qui a ritenere che sia andata bene manca un bel tratto di strada. Certo, la premier tiene la barra dritta in politica estera, sembra avere fatto pace con l’Europa, i soldi del Pnrr arrivano puntuali, Giorgietti tiene sotto controllo la spesa, i dati  sull’occupazione non sono poi così male. E abbiamo pure fatto l’accordo sul Patto dì stabilità. Non è poco. Quindi tutto bene? Per niente. Per qualche fattore materiale e un paio di immateriali, che pesano forse anche più dei primi. Nel dibattito pubblico e nelle scelte del governo manca l’urgenza e forse la comprensione dello stato di crisi strisciante in cui si trova questo paese e non da ora. Un solo dato che li riassume tutti: salari che non crescono da anni e anni e che fanno dei lavoratori italiani quasi i peggio pagati d’Europa.  L’Italia si è impoverita e non fosse stato per i fondi europei e la Bce sarebbe stata più volte sull’orlo della bancarotta. Le cause? Fatti che questo giornale conosce molto bene e su cui picchia ogni giorno. L’ultima volta con l’intervista all’ambasciatore Benassi il 21 dicembre. Fatti che hanno nomi precisi. Mancata crescita, produttività che non migliora, spesa pubblica in continuo aumento, rischio finanziamento  debito pubblico sempre presente, costo degli interessi anch’essi  sempre in aumento verso e oltre i 100 miliardi, tutti soldi sottratti agli investimenti e alla spesa sociale. Questi i fatti, pesanti come macigni, che impiombano l’economia italiana.

 

Poi ci sono i fattori “immateriali”. E’ possibile dire che vi è in chi governa e in chi sta all’opposizione la percezione chiara di questa situazione e la messa in cantiere di iniziative adeguate? La premier Meloni aveva fatto ben sperare nel suo discorso di insediamento, ma poi più niente. Anzi, una serie di atti per lo più senza senso, che portano l’agenda del paese verso punti insignificanti, se non per una certa flessione identitaria, che manifesta debolezza più che forza. Su come tornare a farcrescere questo paese, un completo deserto di idee. Ed è questo il fatto “immateriale”  veramente preoccupante. Dell’opposizione sarebbe meglio tacere. Di Conte si dice che cambia continuamente idea. Dissento. Per cambiare un’ idea bisogna prima averne qualcuna, cosa che non risulta. Il Pd insegue un’Italia che non esiste, se non in esigue minoranze. La sua capacità di interpretare e spingere quelle che una volta da quelle parti venivano chiamate le forze produttive dell’Italia non solo è pari  a zero, ma sembra proprio non interessi. Molti elettori di quella parte, di fronte all’ipotesi di un’alleanza fra i due, fanno gli scongiuri e diversi gesti scaramantici, in attesa di farsi venire una crisi di coscienza. Nell’insieme viene così disegnato uno spazio pubblico di dibattito completamente scentrato rispetto alla bisogna.

  

Si discute furiosamente di dove mettere quei quattro soldi ancora disponibili, ammesso che ci siano, o facendo finta che ci siano, rincorrendo questo o quel segmento elettorale e usando  l’unica cosa che la politica italiana  sa veramente fare da alcuni decenni: saccheggiare la spesa pubblica. Il tutto, ed è questo l’elemento veramente preoccupante, in un clima politico di rissa continua, di mancato rispetto per l’avversario, di esaltazione dello spirito di fazione. Stupisce che la premier non veda quanto spazio e quante opportunità ci sarebbero per cercare di unire il paese, facendo un servizio a esso, ma anche alla sua parte politica e forse anche migliorando la qualità dell’opposizione, se fosse costretta a discutere di cose serie, anziché della storia della prima metà del secolo scorso. Si dice che la felicità di un paese dipenda da due insiemi di fattori. Le vicende private, famiglia, lavoro, salute, se non tutte in peggioramento, certamente non in buono stato, e lo spirito pubblico, vale a dire la percezione di vivere in un paese unito  almeno nelle cose fondamentali e che comunica un progetto di crescita per il futuro. Non mi pare proprio che ci siamo. Forse siamo minimamente attrezzati per non prendere goal ma da lì a vedere un po’ di bel gioco ce ne passa. E quando si gioca solo in difesa prima o poi un goal lo si prende. Magari anche un’autorete. Che puntuale è arrivata  con il voto sul Mes. Un anno speso da Giorgia Meloni per accreditarsi in Europa buttato via  da una posizione che serve solo a regolare i  conti nella coalizione. La strada per la premier italiana  per diventare una statista è ancora molto lunga. 

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