Medici, altri 500 in fuga nonostante il dietrofront sulle regole per le pensioni

admin
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Almeno 500 domande di pensionamento anticipato solo nell’ultimo mese. Per la sanità pubblica veneta sembra essere costata cara la misura inserita (anche se poi ridimensionata, com’è emerso ufficialmente lunedì) dal Governo Meloni nella legge di Bilancio 2024, che prevede alcuni aggiustamenti sui criteri di calcolo delle pensioni dei medici pubblici e che nella prima versione avrebbe comportato un decurtamento fino al 20 per centro dell’assegno pensionistico. Dopo le proteste della classe medica il Governo ha fatto una parziale retromarcia rimodulando e ammorbidendo tale decurtazione ma quello del peggioramento del trattamento pensionistico è solo l’ultima di una lunga serie di ragioni che lunedì ha spinto i camici bianchi ad incrociare le braccia.

Adesione al 70%

Urgenze a parte, secondo le sigle sindacali nelle sale operatorie venete l’adesione ha oscillato tra il 70 per cento negli ospedali pubblici più grandi ed il 100 per cento in quelli più piccoli. Stessi numeri anche per le visite ambulatoriali. A distanza di soli 13 giorni dallo sciopero del 5 dicembre scorso lunedì i medici del sistema sanitario pubblico hanno dunque voluto esprimere la propria «delusione» per la manovra del Governo Meloni che non terrebbe conto delle necessità del sistema sanitario nazionale. Sono molteplici infatti le ragioni dello sciopero nazionale di 24 ore di dirigenti medici, veterinari e sanitari del Servizio sanitario nazionale proclamato questa volta da Aaroi Emac, Fassid, Fvm e Cisl Medici. Per i sindacati le principali sono l’insufficiente finanziamento della sanità pubblica, il mantenimento del tetto alle assunzioni di nuovo personale, l’assenza di misure per stabilizzare i precari e di iniziative per limitare la fuga dal sistema della sanità pubblica (solo in Veneto mancano all’appello 3.500 medici ospedalieri). «Stiamo osservando un collasso delle strutture sanitarie pubbliche che nell’ultimo anno ha indotto 5 mila medici italiani a fuggire nelle strutture private o all’estero dove lo stipendio è superiore anche del 70 per cento rispetto a quello italiano – osserva il segretario generale della Cisl Medici del Veneto Francesco Di Bartolo – e se non incentiviamo i medici fra qualche anno nei pronto soccorso ci andranno solo i gettonisti, perché le scuole di specializzazione per la medicina d’urgenza sono vuote».

«Siamo dalla parte della popolazione»

Lo stop ha interessato tutti i servizi della sanità ospedaliera e territoriale indispensabili per le diagnosi e le cure non urgenti, con il blocco delle prestazioni anestesiologiche, dei percorsi prechirurgici, degli ambulatori di terapie del dolore e di tutte le prestazioni differibili. Inoltre lo sciopero ha comportato anche il blocco delle prestazioni di radiologia diagnostica, interventistica e ambulatoriale, della diagnostica di laboratorio, delle prestazioni psicologiche nei consultori, nelle neuropsichiatrie infantili e nei centri di salute mentale. «Siamo arrabbiati ma vogliamo far capire alla popolazione che siamo dalla loro parte – spiega il presidente Aaroi Emac Veneto, Massimiliano Dal Sasso, anestesista presso l’Azienda Ospedaliera di Padova – e che vogliamo migliorare il sistema sanitario pubblico che se dà risposte inadeguate ai cittadini non è per nostre responsabilità ma per una mancanza di risorse che si protrae da 15 anni». 

«Da noi la macchina funziona»

Sulla carenza di personale medico nella sanità pubblica è intervenuto anche il governatore del Veneto. «È una carenza che permette al medico di scegliere dove andare a lavorare – ha osservato Luca Zaia –. Non ho la bacchetta magica ma nella nostra regione la macchina funziona. Anche se la scarsità di dottori si ripercuote sulle attese».

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