Farmaci anti-obesità, nuove molecole che sollevano più domande che risposte

admin
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Secondo l’importante rivista statunitense Science, la scoperta scientifica dell’anno riguarda i farmaci anti-obesità denominati «agonisti del recettore Glp-1». Sono molecole che stimolano la produzione di insulina e riducono l’appetito. Non sono esattamente una novità, dato che da circa un ventennio sono già utilizzati per il trattamento del diabete di tipo 2, la forma più comune che insorge a causa di uno stile di vita poco sano. Ma solo recentemente sono state approvate negli Usa e in Europa – non ancora in Italia ma è questione di tempo – anche per combattere l’obesità in persone non diabetiche. I volontari che hanno partecipato ai test clinici sul semaglutide, la più nota tra le «Glp-1», hanno perso in media il 15% del peso dopo due anni di trattamento. Un altro farmaco simile, il liraglutide, ha dimostrato risultati analoghi e per altre molecole i test clinici stanno fornendo risultati preliminari promettenti.

IL SUCCESSO DEI FARMACI ha già travolto il mercato. L’uso come farmaco dimagrante ha aumentato la domanda di semaglutide al punto che i pazienti diabetici europei faticano a trovarlo. L’azienda farmaceutica danese Novo Nordisk, che produce semaglutide e liraglutide, ha dirottato la distribuzione verso l’altra sponda dell’Atlantico dove questi trattamenti sono una miniera d’oro. La moda del Wegovy (questo il nome commerciale del farmaco dimagrante più diffuso) negli Usa è un fenomeno di costume. Tra i suoi fan c’è persino Elon Musk, che non soffre né di diabete né di obesità ma ha dichiarato pubblicamente di farne uso regolare come fosse un qualunque cosmetico. Il risultato è che gli utili dell’azienda nel 2023 hanno superato il miliardo di euro su base mensile. A metà novembre, tuttavia, la Novo Nordisk ha dovuto comunicare alle autorità sanitarie europee che per il semaglutide «sono previste carenze intermittenti per tutto il 2024» e per il liraglutide «almeno fino al secondo trimestre 2024» e ha invitato i i pazienti diabetici a cercare alternative terapeutiche.

COME AMMETTE il direttore di Science Holden Thorp, la scoperta dell’anno solleva «più domande che risposte». Curare l’obesità con un farmaco piuttosto che con un migliore stile di vita comporta un costo elevato non solo sul piano economico. Su quello degli stereotipi anti-obesità, l’arrivo di questi prodotti rischia di aggravare lo stigma per chi non vorrà, o non potrà, farne uso. Poi ci sono gli effetti collaterali. I più comuni sono di natura gastro-intestinale ma l’Agenzia europea del farmaco (Ema) e la statunitense Food and Drug Administration stanno esaminando anche il possibile legame tra l’uso dei Glp-1 e l’insorgenza di pulsioni suicidarie.

LA VALUTAZIONE sulla sicurezza da parte di Ema è attesa per l’aprile del 2024. Inoltre, sta emergendo con sempre maggiore chiarezza che l’effetto dimagrante è temporaneo e i chili persi si riprendono non appena si interrompe l’assunzione, come dimostra uno studio dell’università di Cornell (Usa) pubblicato sull’ultimo numero del Journal of the America Medical Association. Un altro studio sulla stessa rivista documenta come le aziende farmaceutiche abbiano sfruttato al massimo brevetti ed esclusive commerciali per assicurarsi monopoli e profitti: ogni farmaco di questa categoria è protetto in media da venti brevetti e gode di un’esclusiva commerciale della durata media di 18,3 anni. Il risultato è che dopo quasi un ventennio di utilizzo un mese di trattamento può costare oltre mille dollari, di farmaci generici non c’è traccia e basta una sortita di Elon Musk per privare delle cure milioni di diabetici.

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