Altman, il guru dell’AI con la fissa dell’etica. Così la «non profit» ha cacciato il fondatore- Corriere.it

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NEW YORK — Giovedì Sam Altman, il padre di ChatGpt, osannato in tutto il mondo come il pioniere di una nuova tecnologia che affascina e spaventa, soprannominato l’«Oppenheimer della nostra epoca», aveva partecipato agli incontri del vertice Asia-Pacifico (Apec) raccontando le tappe dell’avvicinamento di OpenAI, la sua azienda, all’AGI, l’intelligenza artificiale generale con capacità paragonabile a quelle umane che potrebbe diventare realtà in un futuro non remoto. E nel dibattito sui rischi dello sviluppo di tecnologie incontrollabili si era definito un centrista, tra gli ottimisti e i profeti di sventura.

Venerdì a mezzogiorno Altman, rispondendo a una chiamata, si è collegato in video col capo degli scienziati di OpenAI, Ilya Sutskever, cofondatore della società come lui. Si è trovato davanti l’intero consiglio d’amministrazione (del quale Sutskever fa parte) salvo il suo presidente, Greg Brockman. Il board gli ha comunicato il suo licenziamento. Subito dopo, informato e parzialmente destituito il presidente, il consiglio ha dato la notizia in un comunicato. Microsoft, il partner che ha investito ben 13 miliardi di dollari in OpenAI al quale Altman aveva appena chiesto altri finanziamenti per accelerare la corsa verso l’AGI, è stato informato di quanto stava accadendo solo un minuto prima dell’immissione in rete del comunicato.

Se nelle prime ore dopo la pubblicazione di una notizia che ha sconvolto il mondo delle tecnologie digitali il licenziamento sembrava essere stato causato dalla scoperta di gravi comportamenti personali, ora, man mano che emergono nuovi dettagli, si delinea il profilo di una congiura legata a divergenze in azienda sui pericoli di uno sviluppo incontrollato di questa tecnologia, sul modo di contrastarli e sul peso di Microsoft nelle attività di OpenAI.

Forse Samuel Harris Altman, il 38enne ebreo americano cresciuto a St Louis, in Missouri, col mito di Steve Jobs e che nel giro di pochi anni, sbarcato in California, era riuscito a diventare non solo imprenditore digitale, ma anche coscienza critica della Silicon Valley, più che un Oppenheimer è un Icaro che si è avvicinato troppo al sole: autodidatta (gli studi computer science a Stanford ben presto abbandonati), prima con l’acceleratore di tecnologie Y Combinator, poi cofondando OpenAI, aveva mostrato la volontà di anteporre le questioni sociali ed etiche legate allo sviluppo della tecnologia all’interesse delle imprese digitali per la crescita più veloce e redditizia possibile del proprio business.

Preoccupato dalle tensioni sociali per la perdita di posti di lavoro dovuti al progresso dell’AI, ben prima dei nostri Cinque Stelle Altman aveva sperimentato in una città della baia di San Francisco, e usando fondi donati da aziende private, l’UBI (Universal basic income): un sussidio offerto senza condizioni a un gruppo di lavoratori licenziati per poi confrontare i loro comportamenti con quelli degli altri disoccupati.

Anche fondando nel 2015 (insieme a Elon Musk, Peter Thiel e Reid Hoffman di LinkedIn) OpenAI, Altman si poneva un obiettivo etico: vista l’evoluzione di Google da società nella quale i fondatori Larry Page e Sergey Brin volevano «rendere il mondo un luogo migliore» a impresa quotata a Wall Street che aveva sostituito il faro etico con quello della massimizzazione del profitto, Sam e gli altri soci avevano creato OpenAI come fondazione senza scopo di lucro mirante a sviluppare un’intelligenza artificiale compatibile coi valori umani.

Quando, nel 2019, si rese conto che la struttura filantropica non bastava a garantire l’afflusso dei finanziamenti necessari per sviluppare l’AI, Altman convinse i soci ad affiancare alla fondazione un’impresa con scopo di lucro nella quale Microsoft investì il primo miliardo di dollari (e a quel punto Musk uscì). L’intento filantropico rimase nella strana struttura sociale che ha reso possibile, venerdì, il golpe di un consiglio d’amministrazione che è stato convocato e ha deliberato all’insaputa del suo presidente: la società filantropica comanda quella operativa for profit.

I filantropi (nel board c’erano tre indipendenti garanti degli obiettivi etici, oltre a Brockman, Altman e Sutskever) avevano stabilito che ogni decisione sul raggiungimento dell’AGI dovesse passare dal consiglio d’amministrazione e che la collaborazione con Microsoft non avrebbe dovuto superare la frontiera del raggiungimento di questo livello di intelligenza superiore.

Lanciando messaggi non chiari su potenza e controllo di GPT-5, il prossimo modello generativo di OpenAI, dichiarando di vedere all’orizzonte l’AGI e chiedendo a Microsoft i fondi per arrivarci, Sam potrebbe aver scritto la sua condanna. Ha consegnato a Sutskever — l’ebreo russo che in questo caso sembra essere stato, più che ingegnere, architetto della congiura – gli argomenti per convincere il board a licenziarlo. Tanto più che girano voci di investimenti di Altman in fondi di venture capital che finanziano altre società che puntano all’AGI.

Altman ha perso le ali ma non la capacità di volare: Brockman non ha accettato il ridimensionamento e si è licenziato e almeno altri tre dei più importanti computer scientist di OpenAI hanno rassegnato le dimissioni nelle ultime ore. Non è la prima scissione nell’azienda (Anthropic, la promettente start up dell’intelligenza generativa ora associata ad Amazon, è stata creata da fuoriusciti di OpenAI guidati da Daniela e Dario Amodei).

E l’ex capo di Google, Eric Schmidt, ora grande investitore nei progetti più avanzati di AI, sembra desideroso di lanciare nuove avventure con lui: «Altman è un eroe, in futuro continuerà a fare cose straordinarie che beneficeranno me e l’intera umanità». Altman ieri ha detto ad alcuni investitori di essere pronto a lanciare una nuova impresa nell’intelligenza artificiale più avanzata. Già un paio di mesi fa era trapelata la notizia di suoi colloqui con Jony Ive, il disegnatore degli IPhone che ha lasciato Apple, finalizzati allo sviluppo di un nuovo apparecchio capace di utilizzare le potenzialità dell’AI generativa meglio degli attuali smartphone. Successivamente Altman aveva discusso col capo di SoftBank, Masayoshi Son la possibilità di finanziare la nuova impresa. Secondo alcune interpretazioni potrebbe aver fatto tutto questo senza mandato o senza informare il suo consiglio d’amministrazione. O potrebbe addirittura aver agito per conto di un’altra iniziativa imprenditoriale. Tra le sue ambizioni c’è addirittura quella di intervenire sul collo di bottiglia che condiziona lo sviluppo dell’AI generativa: la limitata disponibilità dei microchip H100 di Nvidia, gli unici con le caratteristiche avanzate richieste in questo campo. Altman ha discusso con Arm, principale concorrente di Nvidia, per spingerla a disegnare nuovi microprocessori avanzati capaci di abbassare i costi di sviluppo dei nuovi modelli generativi di OpenAI e delle altre imprese del settore.

Quanto a OpenAI, anche dando per conclusa l’era Altman (lui, mai azionista della società da lui guidata, ha messo ieri in rete un post sibillino: «Se io comincio a perdere terreno il cda dovrebbe perseguirmi per l’intero valore delle mie azioni») resta da vedere fino a che punto la sua defenestrazione è dovuta al tradimento dei principi etici dell’impresa.

Il tradimento di un manager sempre più tentato di accelerare lo sviluppo tecnologico anche in assenza delle regole che, pure, lui stesso aveva chiesto. O se non si tratti, piuttosto, di una battaglia di potere con al centro la questione del ruolo del gigante Microsoft in OpenAI. E bisognerà anche vedere cosa resterà di questa società se, dopo le dimissioni di ieri, continuerà l’esodo dei migliori cervelli dell’azienda, tentati di seguire Altman altrove.

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