al Buzzi torna l’obbligo delle mascherine ma il Covid non c’entra (o quasi)

admin
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Milano, 16 dicembre 2023 –  Al Buzzi, l’ospedale dei bambini di Milano dove fino a giovedì era raro incontrare qualcuno che le indossasse negli spazi comuni, le mascherine sono appena tornate obbligatorie. Ovunque, non solo nei reparti con pazienti “fragili, anziani o immunodepressi, specialmente ad alta intensità di cura”, come prevede ancora la normativa nazionale; del resto, ciascun ospedale può allargale l’obbligo “in base alla situazione di rischio, legata a una più intensa circolazione virale”.

E così è stato deciso al Buzzi che nell’ultima settimana, ha riferito il primario della Pediatria Gian Vincenzo Zuccotti, ha avuto fino a 160 accessi al giorno al pronto soccorso ed è stato costretto a trasferire bambini in altri ospedali lombardi. La situazione del presidio milanese è particolare perché la terapia intensiva pediatrica da un anno e mezzo è ridotta a cinque letti – il nuovo reparto che li riporterà a nove aprirà “subito dopo Capodanno”, ha assicurato Maria Grazia Colombo, la commissaria dell’Asst Fatebenefratelli-Sacco-Buzzi -, ma “l’aumento delle forme respiratorie al quale assistiamo ogni anno in questi mesi stavolta è stato un po’ repentino”, ha confermato Giuseppe Banderali, primario ai Santi Paolo e Carlo di Milano e vicepresidente nazionale della società italiana di Pediatria.

Ad assediare i pronto soccorso pediatrici è un mix di sindromi influenzali e para-influenzali, nel quale il Sars-CoV-2 che portò le mascherine nelle vite dei non malati e non addetti ai lavori è solo un co-protagonista accanto ad altri virus, soprattutto quello respiratorio sinciziale responsabile delle bronchioliti che possono essere pericolose per i bimbi sotto i due anni, e al batterio mycoplasma pneumoniae che ha causato un’epidemia di polmoniti pediatriche, in Cina ma anche in Europa. L’arrembaggio delle malattie respiratorie non è, però, un problema solo dei bambini: venerdì il capo della Prevenzione del ministero della Salute Francesco Vaia ha inviato alle Regioni una circolare per raccomandare i test e le segnalazioni al sistema di sorveglianza sulle “forme gravi e complicate” di sindromi influenzali che richiedono il ricovero in terapia intensiva. Il Covid nell’ultima settimana monitorata (dal 7 al 13 dicembre) ha registrato un lieve calo di nuovi positivi in Italia e in Lombardia, dove si contano 11.341 casi da Sant’Ambrogio a mercoledì scorso, oltre 1.500 meno della settimana precedente.

I decessi Covid-correlati, però, non calano: 316 in Italia in sette giorni, di cui oltre un terzo in Lombardia. E i ricoverati positivi aumentano: a livello nazionale l’occupazione in area medica sale all’11,9% dal 10,7%; in terapia intensiva dal 2,5 al 2,7% (240 ricoverati in tutto). Numeri lontani dalla crisi, e però “un 30% è in ospedale proprio per il Covid”, ha spiegato il virologo Fabrizio Pregliasco sottolineando che i “più di 300 morti a settimana” in Italia arriveranno “probabilmente a un picco di 400-500 a inizio gennaio”. Sono “soprattutto anziani, con altre patologie e, cosa triste, non vaccinati o che hanno fatto solo tre dosi”.

Con 1.459.547 iniezioni in tutto il Paese al 14 dicembre – cioè dopo due mesi e mezzo – la campagna del nuovo antiCovid infatti langue, persino in Lombardia che coi suoi 418.950 richiami è la regione più “virtuosa”. Di questi ultimi, 130.095 sono stati iniettati a ultraottantenni, 125.637 a settantenni, 90.589 a sessantenni, mentre i lombardi dai 12 ai 59 anni, che se non sono “fragili” per patologie o esposti per professione possono vaccinarsi dal Covid solo dal 20 novembre, in tre settimane e mezza ne hanno effettuati in tutto 72.584.

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